We could be heroes, just one day. Si fa presto a dire “eroi”: definizione attribuita quasi sempre a sproposito, magari in mezzo a qualche battaglia con morti e feriti. Per fortuna non ci furono morti, nel 2005, in quel lembo di terra miracolosamente piana che s’insinua a ridosso della Francia, all’ombra di montagne altre più di tremila metri. I feriti invece non mancarono: finirono all’ospedale, travolti in piena notte dalla furia dei manganelli. Seguirono due giorni di quasi-insurrezione popolare, con in testa i sindaci in fascia tricolore, e il governo fu costretto ad accantonare il progetto. Doveva essere la prima area di cantiere per la Torino-Lione, e venne sbaraccata. «Il Comune ce l’ha assegnata in comodato d’uso, e adesso quei terreni li abbiamo seminati a grano». Il Comune è quello di Venaus, luogo simbolo della “resistenza” No-Tav, che ora si è trasferita a Chiomonte. Scampato il pericolo, Venaus ha cominciato a coltivare il futuro.
Danilo, leader di una piccola rivoluzione verde, ora guida una cooperativa di compaesani, tutti tornati alla terra: «Ero operaio al cotonificio di Susa, persi il lavoro e mi misi in proprio come artigiano edile. Funzionava, ero contento, ma poi ci arrivò addosso il terremoto-Tav». Una mattina, lui e il fratello scoprono che il loro villaggio è completamente militarizzato. «Faceva effetto: i nostri genitori, padre e madre, erano stati entrambi partigiani». Per la prima volta, bisognava fare i conti col fantasma dell’eco-mostro, la maxi-opera che si vuole tuttora imporre alla valle di Susa senza però mai fornire spiegazioni sulla sua presunta utilità. In vallata, la battaglia civile ha svegliato anticorpi che dormivano: «Prima non mi ero mai occupato granché della questione-Tav – dice Danilo – e poi, quando il cantiere si è allontanato da Venaus, mi sono detto che per dimostrare la serietà delle nostre ragioni non basta dire “no”, bisogna anche mettere in pratica uno stile di vita diverso».

Ci sono le pannocchie del “pignoletto rosso”, antica varietà regionale recuperata dall’Associazione Antichi Mais creata dal Crab, il centro per l’agricoltura biologica del Piemonte, e ci sono le prelibate patate di montagna, tonnellate di prodotto che ogni anni va letteralmente a ruba perché è gustoso e non necessita di trattamenti. «A seconda della stagione abbiamo un po’ di tutto: ortaggi, frutta, erbe aromatiche». Persino l’aglio, i frutti di bosco, i prelibati marroni. «Certo, non mancano le spese: qui in montagna ogni campo va recintato, altrimenti il raccolto se lo mangiano i cinghiali. E quello che non piace ai cinghiali finisce in pasto ai cervi e ai caprioli». In compenso, ci sono i vantaggi di un paese che ospita una storica centrale idroelettrica dell’Enel: «Abbiamo condutture idriche ad alta pressione, che consentono di ottimizzare l’irrigazione». Il resto è duro lavoro: «Abbiano iniziato a recuperare muretti a secco e terrazzamenti, ripristinando il paesaggio di una volta».

Valle di Susa, Italia: il posto giusto per iniziare a cambiare vita. «Non è stato semplicissimo, c’è voluto impegno. E anche denaro, perché all’inizio devi pur procurarti qualche attrezzatura per lavorare la terra. Ma adesso cominciamo a vedere i primi risultati: ed è un bella soddisfazione». Danilo ormai parla come un esperto di decrescita: «Ho venduto l’auto, non mi serviva più. Mi basta quella di mia moglie, che fa l’infermiera. Ho meno spese e – a conti fatti – in tasca mi restano gli stessi soldi di prima», quando in fabbrica c’era lo stipendio sicuro e sui cantieri edili il lavoro non mancava: «Ma alla fine ero costretto a lavorare come un matto, sempre di più, per riuscire a pagare le tasse. Che vita era?». Danilo sorride: «Non c’è paragone, davvero: oggi ho più tempo per stare con mia figlia. E poi le mie giornate sono all’aria aperta, dal mattino alla sera. Credetemi: non tornerei indietro».
Questa è veramente l'arte di arrangiarsi e rinnovarsi! Mi è piaciuto molto quando parla delle scartoffie per la certificazione "bio". Sono un inghippo per favorire la grossa produzione e non tutelano un bel niente. Io ho visitato alcuni piccoli produttori bio per la "garanzia partecipata" e penso che le garanzie te le danno le persone e non la carta bollata, è il loro modo di essere e di vivere la vera garanzia!
RispondiEliminaUn abbraccione
Bello, mi piace come lo dici "arrangiarsi e rinnovarsi", sempre più importante ri-avvicinarsi alla terra, una risposta a moltissime domande.
EliminaConcordo pienamente, anche la certificazione bio rischia di diventare un pretesto per burocrazia e business, ma al mometo ancora necessaria, i comportamenti virtuosi basati sul rapporto diretto (gas-gap) con il produttore sono ancora pochi ed una garanzia, sebbene discutibile, è ancora necessaria, semmai si tratterebbe di semplificare l'iter ed insieme "controllare" maggiormente le produzioni.
Un abbraccione anche a te.
Namastè