martedì 23 agosto 2011

Gaza, di nuovo venti di guerra

Christian Elia
Razzi in risposta ai bombardamenti: la tensione sempre più alta

La logica, nell'odio e nella violenza, è un lusso. In guerra è una nemica. La follia del conflitto israelo - palestinese è raccontata, come spesso capita, da una storia minore, di quelle che non fanno notizia. Nella faida di questi giorni, tra bombardamenti aerei israeliani e lancio di razzi dalla Striscia, tre vite sono finite nella trama surreale di questa storia. Tre palestinesi, che si trovavano dall'altra parte.
Erano in campagna, alla periferia della città israeliana di Ashdod, il porto meridionale israeliano che si trova a meno di 40 chilometri dalla Striscia di Gaza. Il 20 agosto scorso un razzo è caduto in mezzo a loro, tra le dune dove si erano stesi per passare la notte con pochi stracci. L'esplosione ne ha feriti gravemente due, in modo lieve il terzo. ''Risiedevano in Israele illegalmente", ha specificato la portavoce della polizia israeliana, Luba Samri. Sono tanti i palestinesi che, come clandestini entrano e lavorano ogni giorno in Israele. Il governo di Tel Aviv, dopo lo scoppio della Seconda Intifada nel 2000, ha di fatto bloccato i permessi di lavoro dei palestinesi, ma dopo che Hamas ha preso il potere nel 2006 a Gaza ha proprio messo al bando la manodopera proveniente dalla Striscia.

Tutti sanno, in realtà, che i lavoratori palestinesi operano in Israele, ma nessun diritto è riconosciuto loro. Lo racconta molto bene un documentario, che Rai 3 trasmetterà il 24 agosto prossimo all'interno del programma Doc3. Si chiama Sei piani d'inferno, del regista Jonathan Ben Efrat.
Racconta di centinaia di palestinesi, che vivono sei piani sottoterra del palazzo che costruiscono come manovali (illegali) in una delle zone più popolose di Tel Aviv: Geha Junction. Come topi, in condizioni disumane.
Non è dato sapere, per ora, se i tre provenissero dalla Striscia o dalla Cisgiordania, ma resta la trama surreale e drammatica di questa vicenda. Palestinesi che sparano e feriscono palestinesi, costretti a vivere come fantasmi in un Paese che ne sfrutta il lavoro ma che non vuole riconoscerne il diritto a esistere. Hamas e i militari israeliani, nel mezzo i civili come sempre. La sensazione in questi giorni, dopo l'attentato di Eilat e la furiosa reazione israeliana, è che qualcosa di brutto stia per accadere.
Il 20 settembre prossimo, all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, si dovrebbe discutere la mozione degli Stati membri che, con un ritardo di sessanta anni, chiedono la nascita dello Stato indipendente della Palestina. Israele, fin dal primo giorno, non amava questa idea. Anche se le risoluzioni dell'Assemblea non hanno potere vincolante e Israele è garantito in sede di Consiglio di Sicurezza (che invece emette risoluzioni vincolanti per gli Stati) dal veto Usa, il voto dell'Assemblea sarebbe stato imbarazzante comunque. Anche molti gruppi radicali palestinesi non guardavano con favore al voto Onu, in quanto a loro modo di vedere troppa parte della Palestina storica resterebbe fuori dall'eventuale accordo.
I nemici della pace, in Terra Santa, sono sempre tanti. La tensione tra Israele ed Egitto, poi, è alle stelle. La morte di cinque egiziani non si può liquidare, come ai bei (per Israele) tempi di Mubarak, con delle scuse raffazzonate. I militari del Cairo, sotto pressione per la mancata riforma dello Stato, non possono scontentare una piazza sempre più furiosa. Israele, dal canto suo, dopo l'eterna incertezza del confine nord (Hezbollah) non può e non vuole avere anche un confine meridionale instabile. Il governo israeliano, d'altro canto, è molto contestato all'interno per la crisi economica che assedia anche lo Stato Ebraico.
Hamas, dal canto suo, non trova nulla di meglio da fare che dichiarare rotta la tregua che esisteva con Israele dal 2008. Perché? Dopo la riconciliazione con Fatah, dovuta alle pressioni dei giovani palestinesi, che chiedono un futuro, il gruppo lavorava alla liberazione del caporale Shalit, ostaggio dal 2006. Una rottura improvvisa. In realtà Hamas, da tempo, come ha drammaticamente dimostrato l'omicidio di Vittorio Arrigoni, non controlla più la Striscia. Gruppi salafiti, elementi duri all'interno dello stesso movimento, indebolito anche dalla crisi del regime di Assad che a Damasco garantiva copertura, stanno mettendo a nudo le debolezze del movimento che tenta di recuperare nel modo peggiore. Mostrandosi oltranzista, per non farsi scavalcare nella lotta di resistenza contro l'occupazione israeliana da gruppi come i Comitati di Resistenza Popolare. Ma se Israele attacca, chi pagherà il conto? La popolazione civile della Striscia, sempre più affamata.
Un attacco militare costa, ma permette anche di distogliere l'attenzione da problemi interni (compattando come sempre il popolo attorno alla bandiera) e rallenterebbe o bloccherebbe il voto dell'Onu. Hamas, Egitto, Israele. Il futuro non è roseo, il presente è surreale. Come la vita di tre fantasmi, costretti per campare a lavorare per chi occupa la loro terra, finiti nel mirino di chi dice di volerla liberare quella terra.

http://it.peacereporter.net/articolo/30041/Gaza%2C+di+nuovo+venti+di+guerra

2 commenti:

  1. @giovanni56
    Ciao e benvenuto! :-)
    Una sorta di pudore, mi impedisce di accostare questo appellativo ad Israele, anche se i metodi ricordano parecchio.
    Sicuramente senza memoria!

    Un abbraccio^^
    Namastè

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